A partire dal XVII secolo, nel tessuto sociale aviglianese comincia ad assumere una posizione rilevante il ceto della ricca borghesia agraria che aveva partecipato attivamente alla colonizzazione del feudo di Lagopesole. Queste famiglie emergenti, costruiscono nei punti più importanti della città le loro dimore “palazziate”. Nella piazza Gianturco si distingue il Palazzo Sarnelli (poi Corbo di Sopra) dalla lunga facciata barocca, e l’ottocentesco Palazzo Labella. La quinta della piazza è sovrastata da altri due palazzi, costruiti rispettivamente dai principi Doria (XVII sec.) e dai Palomba. A quest’ultimo era annesso un giardino pensile (oggi Largo Belvedere). Poco distante dalla piazza sorge il Palazzo Gagliardi, con doppio cortile, giardino pensile ed elegante facciata settecentesca. Nella parte bassa della città sorsero il Palazzo Masi ed il Palazzo Salinas, edificato nel ‘600 dalla ricca famiglia proveniente da Caggiano. Lungo la strada conducente a S. Cataldo di Bella si staglia l’imponente mole del Palazzo Corbo di Basso, realizzato a più riprese tra il XVII ed il XIX secolo.
L’Arco della Piazza, così denominato perché si affaccia sulla piazza E. Gianturco, è un’antichissima porta urbana, delimitante - come si legge nell’epigrafe posta nel 1844 al disopra dell’archivolto - sin dal IX secolo il primo nucleo abitato di Avigliano. È costituito da un arco a tutto tondo lavorato a doppia scanalatura, impostato su piedritti con la medesima lavorazione, poggianti su semplici basi. Stilisticamente il manufatto è riconducibile a modelli di ispirazione classica, o comunque tardo-rinascimentale posti in opera quando la funzione di porta urbana era ormai decaduta.
Il campanile di S. Giovanni è ciò che rimane dell’antica chiesa di S. Giovanni, demolita nel 1977. Alla sua base è stato collocato, nel 1994, una stele dedicata a Padre Virgilio Corbo, missionario e archeologo, scopritore, tra l’altro, della casa di San Pietro in Palestina.
La Croce di San Giovanni, posta nelle immediate adiacenze dell’omonima ex chiesa, fu realizzata nel 1791 per testimoniare l’antica esistenza in quel sito di un tempietto dedicato a S. Caterina. Rimossa intorno al 1950, è stata ripristinata nel 1998.
Situato su un promontorio isolato a 829 m. di altitudine, deriva il nome da lacus pensilis, il vicino laghetto prosciugato intorno al 1935. Secondo la leggenda sembra risalire ai secoli che precedono l’anno Mille; le prime fonti documentarie relative ad un luogo fortificato denominato Lacupesulum datano però soltanto all’epoca normanna. Nella prima metà del XII secolo transitano per Lagopesole alcuni tra i più importanti personaggi politici europei come il papa Innocenzo II e l’imperatore di Germania Lotario II (1137), ed il re di Francia Luigi VII, ospitato da Ruggero il Normanno nel 1149.
Con Federico II il castello compie - a partire dal 1242 - un vero e proprio salto di qualità mirante a farne una delle principali residenze di caccia dell’imperatore svevo. Viene ampliato e abbellito con elementi architettonici quali capitelli, portali, bifore e col paramento murario rivestito a bugnato. L’improvvisa morte di Federico II (1250) segna la brusca interruzione dei lavori, mai più ripresi da parte di tutti coloro che in seguito ne sono pervenuti in possesso, salvo piccoli interventi atti a garantire la manutenzione delle fabbriche esistenti. Tuttavia la frequentazione della domus continua con Manfredi e con i primi angioini. Nel 1279 Carlo I d’Angiò fa immettere nel lago 10.000 piccole anguille, e l’anno successivo promulga gli Statuta Lagupensulis regolanti gli usi civici tra i feudatari ed i cittadini. Ai principi del ‘300 l’attenzione dei sovrani angioini verso il castello va progressivamente scemando e il piccolo villaggio alle sue falde viene abbandonato. Nel 1416 perviene in possesso dei Caracciolo e nel 1531 passa ai Doria che lo avranno fino al 1969, anno del definitivo trasferimento allo Stato italiano. Oggi il monumento è in gran parte restaurato ed è una delle tappe fondamentali del turismo culturale lucano.
L’artigianato aviglianese
Il glorioso artigianato aviglianese resiste nella trasformazione del legno e del ferro battuto, anche se, per quello che concerne il settore artistico, molti sono gli artigiani attivi soltanto a livello amatoriale. Negli ultimi anni è stata ripresa la produzione della famosa “balestra”, l’elegante coltello a foglia di ulivo col manico in corno di bufalo ornato d’argento che ha resa famosa Avigliano sin dai principi dell’Ottocento. La balestra “storica” è riconducibile ai Summa, antica famiglia di armieri attiva fino alla prima metà del ‘900, che ne ha tramandato il brevetto a Giuseppe Galasso e da questi al figlio Donato. Essa era anche il regalo di fidanzamento che le donne ricevevano dal promesso sposo per meglio difendere il proprio onore.
Il rilancio dell’artigianato artistico è stato affidato al Consorzio ART, inaugurato nel 1998, il quale ha già promosso corsi di formazione su legno, ferro battuto, pietra e ceramica.